Antologia Critica Essenziale

 

MAURIZIO CALVESI, 1956

... Quella che Brunori ricerca è appunto la struttura emozionale dell'oggetto. Egli, infatti, istituisce un rapporto diretto, a differenza degli astrattisti, e continuato con le forme naturali: ma supera il processo della percezione o della sensazione, che dall'esterno porta verso l'interno in un processo di ritorno, che va dall'interno verso l'esterno. proiettando l'emozione sull'oggetto. ... ... Le forme naturali si ridimensionano così in una instabile, dinamica, ma compatta profondità di zone cromatiche. I toni bruni. i blu, i rossi scuri rientrano per far scattare i gialli, i lilla, i rossi più chiari. Gli spazi-colore si premono e si scartano; s'urtano con forza esplosiva o dolcemente si sgranano scagliandosi in profondità sospingendosi e risalendo per scale elastiche, improvvise, lungo ponteggi sospesi di pieni e vuoti. ...

Maurizio Calvesi, presentazione per la mostra personale di Brunori alla Galleria "La Medusa" nel 1956

ENRICO CRISPOLTI, 1956

... Il problema centrale del lavoro di Brunori è di un superamento dell'astrattismo antifigurativo in una nuova dimensione naturalistica tuttavia non figurativa. E' un tentativo, nella varietà delle soluzioni proposte, comune a tutta la migliore pittura italiana d'oggi. Ma forse nessuno lo ha risolto in modo così pertinen­te ed insieme con tanta chiarezza ed efficacia, e con così convincenti possibilità di sviluppo. Brunori è un temperamento schiettamente naturalista; il suo contatto con le cose è un'immersione panica, una comunione diretta ed affettiva assai più che visiva con l'intero cosmo, non più nei suoi dettagli di oggetto contempla­bile dall'esterno. bensì momento della vita interiore del pittore a sua volta tutta legata alla "natura" di cui è parte. Perciò la possibilità di questo incontro, di questa comunione non schermata, di questa partecipazione panica alla vita del cosmo, in un'unica e comune dimensione spirituale. ...

Enrico Crispolti, articolo su "La Voce Repubblicana" del 26-2-1956, in occasione della personale dell'artista alla Galleria "La Medusa".

RENATO BIROLLI, 1956

... Enzo Brunori ha lavorato alcuni anni nell'interpretazione analitica del "Cézanne-primo Cubismo", poi s'è accorto che l'esempio originario non era soltanto d'analisi. Dalla stretta tessitura cromatica s'espande un calore di luce, formante uno spazio indissolubile, senza precedenti nella storia della pittura moderna: un piano caldo, direi appassionato, entro il quale tutte le controversie su natura trovano una grandissima pace.
Questo tipo d'espansione luminosa del piano unitario, bene individuato da Brunori, lo allontana ormai definitivamente dallo strutturalismo geometrico; anche la forma s'è messa in espansione, lucente, calda, gialla d'infiniti gialli, verde di tanti verdi, blu di molti sentimenti blu. Sembra quasi voglia sperimentarsi dal­l'ultima forzosa definizione geometrica, ch'è la finestra del quadro. ...

Renato Birolli, presentazione per la personale al "Circolo di Cultura" di Bologna nell'ottobre-novembre del 1956.

MAURIZIO CALVESI, 1958

... Qui il colore, con le sue trattenute sbavature di luce, deborda appena da rimarginare i tagli sottili del segno; le tacche del croma, più pittoricamente trattate, si fanno pastose e cedevoli come zolle, nutrite e mature, respiranti. È il passaggio che introduce Brunori nel vivo della sua poetica. L'impianto compositivo, snudato dalla guaina metallica dei segmenti si scioglie e si snoda, si carica di fremiti e di scrosci, s'inspessi­sce d'affondi, s'anima d'altalene, come con il fiato sospeso, sui tonfi liquidi degli scuri, sugli irradianti trasa­limenti epidermici dei chiari. ...

Maurizio Calvesi, brani dalla monografia "Enzo Brunori' con una introduzione di Lionello Venturi, Edizioni del Mediterraneo. 1958.


FRANCO RUSSOLI, 1959

... Ed ecco la sua materia cromatica tendersi in zone dense, vive di una qualità luminosa, interiore, affioran­te, limpida e su di esse sfrangiarsi il tocco morbido di altri toni di luce. o incidersi e incresparsi il segno di un profilo captato alle forme dell'apparente.Si crea così un paesaggio ideale eppure sempre corrispon­dente agli elementi reali sia del dato esterno sia della situazione psicologica e morale dell'artista. L'oc­casione fornisce il motivo all'immagine, che non è mai casuale, o decorativa. Ritroviamo, in queste armonie formali e cromatiche, la memoria dei nostri incanti, la suggestione di luoghi e di momenti. Ora poi Brunori ha "calmato" le sue composizioni, le muove in ritmi più distesi e sereni, lasciando che il vibrante fremito della sensibilità e della sensualità si riveli sotto pelle, nel trascolare cli luci in profondità, nel lampo di rifles­si che la serena armonia dell'immagine riassorbe. Ed è questa sintesi vitale di ordine e di imprevisto, que­sto accordo tra momentaneo e assoluto, che dimostra la maturità dell'artista.

Franco Russoli, presentazione per il catalogo della VIII Quadriennale. Roma. 1959.

LIONELLO VENTURI, 1959

... Nonostante la sua giovane età egli è un pittore maturo. Cinque anni fa egli imprigionò i sui colori, già vivi e ricchi, dentro una cornice di costruzione idealistica, più o meno di struttura geometrica, ostacolando il libero sviluppo della sua composizione. Più tardi i suoi colori abbandonarono ogni schema come un fiume in piena che irrompe sull'intera opera e trova nella nuova libertà un sentimento d'intensa sonora armonia.
In questo momento il suo lavoro raggiunge le più grandi dimensioni possibili di espansione creativa e di orgiastico godimento. In questi ultimi mesi è apparso un leggero cambiamento cli direzione. Brunori è tor­nato a dipingere piccoli quadri nei quali ottiene una migliore concentrazione cli effetti. Inoltre un nuovo bisogno strutturale si affaccia non più proveniente dall'esterno né dallo schema geometrico, bensì rappre­sentato da un maggior adattamento del colore immaginativo. Si vedono nuova meditazione e riflessione. La sua ingenuità, l'ottimismo, la sensibilità morale e la gioia del colore non sono meno efficaci, ma invece più esaltati in questa struttura e concentrazione.

Lionello Venturi, presentazione per la personale di Brunori a New York alla Klemann Galley nel dicembre del 1959.

GIOVANNI CARANDENTE, 1961

... Se il suo colore ha smesso la precedente variegata brillantezza, non ha però rinunciato a "quell'armonia ogni volta creata", come scrisse il Venturi, a "quel flusso di energie convogliate in una direzione, in un ordine"; e la spinta emozionale è aumentata, gli "impulsi di libertà immaginativa", che lo asserragliavano, han ricevuto una nuova robustezza. Il colore ha cadenze più univoche, ma le sfumature sono quanto mai lievitanti. La materia ha raggiunto una sua interna crescenza per cui l'immagine si condensa e dilata allo stesso momento ...
A differenza di altri artisti - Birolli o Morlotti - che pure hanno sostanziato, ciascuno a suo modo la sua ricerca, a differenza cioè di quei pittori che dal dato cli natura sono partiti come per una vivificazione dell'immagine, il giovane artista perugino ricorda la natura come lontano sentimento della sua coscienza storica e terrena, come qualcosa che gli appartenne prima che il fantasma creativo gli si proponesse sulla tela...

Giovanni Carandente, saggio su Brunori, per "Letteratura" XXV, 49-50, gennaio-aprile del 1961.

GIOVANNI MICHELUCCI, 1961

Ho visto, di Brunori, un grande ovale che s'intitola "Il grande specchio" e mi sono domandato: quale spe­ranza nuova ha in sé quest'uomo; quali strade ha percorso e quali persone ha incontrato in questi giorni per riconquistare o confermare questa certezza nel bene e nel bello? Chi dipinge così come fa Brunori, deve credere fermamente ad una funzione e missione sua e della sua opera fra gli uomini; deve avvertire la responsabilità di ogni suo atto.
Per molti pittori il dipingere non sembra avere altro ufficio che quello di "fermare" e trasmettere una sensa­zione, un "momento", uno stato d'animo. Brunori non si accontenta di questo: egli vuole portare alle estre­me conseguenze ogni suggerimento, per sollecitare un dialogo; egli vuole servirsi dei mezzi e delle qualità di cui dispone per stabilire i termini di un impegno da uomo a uomo; impegno che può richiedere rinunce e sconforti senza fine; che può portare all'isolamento ed alla solitudine a tutto, meno che al non credere in una possibilità vicina o lontana d'intesa. ...

Giovanni Michelucci, 1961.

MARCELLO VENTUROLI, 1961

La mostra dell'attuale Brunori è la più bella e poetica di quante abbia fatto l'artista. ...
Questa misura italiana della pittura astratta, fuori dalle secche degli astratto-concreti di ieri e fuori dallo sperimentalismo materico, così sovente edonistico e immotivato degli informali, è il fatto più nuovo e importante, quanto a risultati, degli ultimi anni nel campo dell'arte italiana d'oggi. Quadri come il "Grande specchio" possono benissimo collocare Brunori fra quegli artisti della terza generazione che saranno in un domani ormai prossimo considerati Maestri.

Marcello Venturoli, presentazione del catalogo per la mostra di Brunori del dicembre 1961 al 'Milione" a Milano.

MARCO VALSECCHI, 1966

... Negli ultimi lavori Brunori ha raggiunto una maturità che, lontano dall'essere frutto di una improvvisa­zione, è calma e distesa. Il colore, purificato dalla carica emotiva è liberamente impiegato a creare l'imma­gine pittorica, è ancora e sempre legato alle cose di questo mondo, che non cessano mai di aver presa sul­l'uomo, cioè la terra, gli alberi, i fuochi notturni, le densità luminose dell'aria. La verità del sentimento,
enunciato in maniera contenuta e allo stesso tempo con accenti che conoscono la dolcezza di un canto, costituisce la linfa dell'invenzione.
Si trattava, in ultima analisi, di riportare la concretezza della natura agli strumenti della nostra cultura attuale, così lucida nelle sue affermazioni. Brunori ebbe in sé la capacità di avvertire la natura come un'immagine interiore e quindi di filtrare nel linguaggio pittorico l'onda emotiva, toccando così il nodo più ricco e autentico di una complessità creativa.

Marco Valsecchi, dal saggio su "Letteratura" del novembre-dicembre 1966.

CESARE VIDALDI, 1972

... Essenziale sin dagli esordi, in Brunori la componente ritmica con la maturità si è sempre approfondita e irrobustita, sì da oggi configurarsi in un martellar di rime baciate, di accordi ripetuti, di scatti cromatici, accensioni e toni bassi e neutri, aperture e chiusure mirabilmente contrappuntati. In questo senso Brunori, pittore démodé per i superficiali visto che usa i tradizionali pennelli e colori a olio o a tempera, si colloca in una posizione d'avanguardia; naturalmente a suo modo, come a suo modo. cioè da isolato e personalis­simo artista, ha partecipato alle vicende dell'astratto-concreto e dell'informale. ...
Ogni opera di Brunori si propone, oggi, per fare un paragone impertinente. come una sorta di trascri­zione pittorica (in modo e in termini modernissimi) "dell'Infinito" leopardiano. Il vecchio idolo della "natu­ra" è divenuto la siepe, lo schermo, il termine, una volta assodato il quale è possibile lasciare liberamente adito all'immaginazione e quindi alla ricreazione di un universo interiore. più vasto dell'universo sensibile perché esso comprende e insieme trascende, spiega a sublima.
Il canto di Brunori è sonoro non perché spiegato, gridato a piena voce. ma perché folto di echi, di voci interne che si rispondono e che rimandano l'una all'altra. ...
Il "canto fermo" dell'ultimo Brunori è un raggiungimento di assoluto rilievo nell'ambito della pittura ita­liana attuale, non solo di quella della generazione cui Brunori appartiene. E' un risultato alto, e che per essere stato conseguito controcorrente, in opposizione alle mode dominanti. non  potrà mai essere revocato in dubbio. Non saranno forse molti, oggi, a rendersi pieno conto dell'importanza e dell' autorità di un tale lavoro, ma sempre abbastanza per imporlo all'attenzione. E in un prossimo futuro sarà proprio con artisti come Brunori, con simili esempi di serietà e di probità. che si dovranno fare i conti.

Cesare Vivaldi, brani del saggio introduttivo per la monografia del 1972: "Brunori", Edizioni Società Editrice Michelangelo, Roma.

LORENZA TRUCCHI, 1974

"La felicità di canto", caratteristica peculiare dell'opera di Enzo Brunori. rileva fin dal 1958 da Lionello Venturi, si affida al colore. Colore sapiente e ricco, di radice totale. vivificato dalla energia della luce. Tuttavia a questa componente, dichiaratamente effusiva, quasi edonistica. Brunori ha affiancato, a sorreg­gerla se non a correggerla, la componente razionale della verifica. affidata allo studio della struttura del­l'immagine. In altri termini partendo da motivi e soggetti reali dei quali ruba e assimila con i suoi occhi commossi ma fermi ("coraggiosi" li chiamava Birolli) soprattutto i colori. Brunori ne distilla in un secondo tempo la trama essenziale di una interna geometria. ...

Lorenza Trucchi, recensione su "Momento-Sera" del 6-7 novembre del 1971. per la mostra romana di opere grafiche.

CLAUDIO SPADONI, 1976

... Il riferimento alla sua Umbria, già più volte proposto,non mi pare sia pretesto puramente letterario: basta guardare quei bruni macerati che sembrano racchiudere l'austera povertà di quella terra consumata dal tempo in una fierezza di antichi splendori; o quelle sinfonie di verde scandite come crinali di colline nella stagione delle erbe.
Queste presenze, questi umori sotterranei, fanno ormai parte di Brunori, hanno ormai messo radici in corri­spondenza sue interiori, come battiti oscuri e inevitabili. La sua natura, o meglio, il suo sentimento della natura, altro non è che un modo diverso, ma certo autentico, di vedere la vita e di instaurare con essa quel rapporto eterno (anche se continuamente rimesso in discussione) che lega l'uomo -lo voglia o meno- alle cose. ...

Claudio Spadoni, presentazione per la personale a Ravenna nel maggio-giugno del 1976 alla Galleria Mariani.

MARIANO APA, 1986

Quando Lionello Venturi teorizzò l'astratto-concreto" ipotizzando un'astrazione fermamente ancorata (per trascenderlo) al dato naturale, Brunori fu forse tra i giovani l'interprete più sensibile delle tesi del grande critico, al quale infatti fu carissimo, e in quella temperia culturale dipinse quadri memorabili. Più tardi Brunori si è evoluto nel senso di un "informale" intensamente e accessamento lirico, i pura effusione cromatica, che con gli anni ha saputo di stillare con sempre più acuta e commossa eleganza sino ad arriva­re, oggi, ad una compendiosità di forma e colore che si stilizza in arabeschi a guisa di "fuga" musicale con eccezionale castità espressiva.

Intervento su Brunori per il saggio introduttivo al libro di Mariano Apa: "L'Umbria e le Marche nell'arte", edito da Quattroventi di Urbino, nel 1986.

MAURIZIO FAGIOLO DELL'ARCO, 1992

... Una conclusione provvisoria può essere, infine, uno sguardo alla pittura di Brunori. Certo, che il suo punto di partenza credo di averlo trovato, e in un'area che sembra lontanissima dai suoi interessi: nella teoria di Umberto Boccioni:
Non si tratta come tutti credono, di fare soltanto una pittura astratta, intellettuale; si tratta, oltre a ciò di attuare e rendere plastico e concreto, attraverso un raffinamento della sensibilità, quello che finora era con­siderato incorporeo, implasmabile, invisibile. Si tratta di unire al concetto di spazio, il concetto di tempo. Penso che Brunori si metta davanti alla natura con l'idea di aguzzare tutti i sensi, e non soltanto la vista: di migliorarli. C'è nel suo quadro il frusciare delle fronde (e delle forme), il valore tattile dei piani cromatici incastrati, il gusto e l'olfatto (l'eucaliptus, la mimosa, il platano). Echi e risonanze dell'intimo che si proietta al di là del mondo fisico. Penso che Brunori, come tanti altri pittori del passato (pochi nel presente) conti­nua a domandarsi il perché delle cose finchè queste ci saranno, e continua a fare pittura proprio perché continua a domandarsi il perché delle cose!
Ha scritto Michelucci che Brunori esalta la natura ed è come "penetrato di un sentimento religioso ed uni­tario". Teosofo o hassidista, animista o antroposofo?
Ma quale è, poi. la natura di Brunori. Penso agli alberi. Nella mia casetta di Fregene, Vittoria mi dice ché si trova molto bene perché sente il frinire delle cicale; nella loro (e a Roma) no, perché non c'è neanche un albero.... Quante sono le tele e gli acquerelli nati sul tema dell'albero, che hanno fatto parlare (naturalmen­te) di Mondrian e della sua proverbiale scomposizione? Frugando tra le sue carte, in vista di questo lavoro, ho trovato una foto che gli ha donato una sua allieva intorno al 1980. Tutti da qui derivano i suoi quadri "Albero di Aachen" (e simili) per un intero decennio.
Non si fa un quadro per copiare la natura, anche perché, come ha scoperto Brunori ancor prima di comin­ciare, " lo studio del vero esclude ogni forma di imitazione" (lo scriveva nel catalogo della mostra romana del 1951). Si fa un quadro anche per dimostrare ogni volta la naturalità o naturalezza del far pittura.

Maurizio Fagiolo Dall'Arco, 1992.

 

Consulta il Percorso Biografico e Critico:

Percorso Biografico e Critico